Dodici cose da portare nel 2019

Dodici cose da portare nel 2019

Primo giorno dell’anno, e come al solito ho voluto guardare ai momenti più belli e importanti dei dodici mesi passati. Il 2018 si è concluso con una nota triste: pochi giorni fa ci ha lasciato Amos Oz, lo scrittore israeliano che non ha mai smesso di credere nella possibilità della pace e di realizzare la soluzione dei due stati. Oz diceva: «Non è importante stabilire di chi è la colpa e chi, con la propria cecità, ha provocato la tragedia. Quello di cui c’è bisogno è trovare una strada che ci porti fuori dal pantano».

Vorrei iniziare l’anno con questo insegnamento in mente. Di fronte alle mille difficoltà del nostro mondo, del nostro tempo, cercare di costruire piccole grandi soluzioni, insieme a chi può e vuole farlo, sapendo che dai piccoli passi avanti possono venire cambiamenti immensi. È anche il filo conduttore di questi dodici momenti che porto con me nel 2019, che tracciano l’immagine di un’Unione europea che è diventata punto di riferimento globale indispensabile. Dodici momenti che ci permettono di guardare avanti, anche tra mille difficoltà, con fiducia. 

Ed è proprio l’invito a non perdere la fiducia il messaggio più bello che ha dato ieri sera il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella: «Dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti. In altre parole non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società».

 

L’accordo del lago di Prespa

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A giugno ero al confine tra la Grecia e quella che si chiamerà Macedonia del Nord, per la firma di un accordo storico tra Atene e Skopje: grazie alla leadership e al coraggio dei due primi ministri, Alexis Tsipras e Zoran Zaev, i due paesi hanno risolto una questione che avvelenava i loro rapporti da decenni. Un segnale di pace e riconciliazione per tutta Europa e per i Balcani in particolare. Quest’anno dovremo proseguire il lavoro – completando i due processi di ratifica a Atene a Skopje, ma anche aprendo i negoziati per l’ingresso della futura Macedonia del Nord e dell’Albania nell’Unione europea, continuando il lavoro per normalizzare le relazioni tra Serbia e Kosovo attraverso il Dialogo che siamo impegnati a facilitare, e cercando di rendere irreversibile il percorso di tutti e sei i nostri partner balcanici verso l’Unione europea.

 

Difesa europea, una promessa che diventa realtà

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Alla fine del 2017 avevamo posto le fondamenta dell’Europa della difesa – dopo sessant’anni di sogni di integrazione mai realizzati, in questo campo. Nel 2018 abbiamo tradotto quella promessa in realtà. A marzo si è riunito per la prima volta nella storia dell’Unione un consiglio dei ministri nel nuovo formato della Cooperazione strutturata permanente: 25 stati membri che lavorano insieme per un’Europa più sicura, più autonoma e per rafforzare la nostra industria della difesa. Abbiamo cominciato con diciassette progetti concreti, ai quali se ne sono aggiunti altri diciassette a fine anno. A luglio abbiamo ampliato ancora di più la nostra collaborazione con la Nato, dalle esercitazioni alla cyber-difesa. E a dicembre abbiamo deciso di rafforzare la dimensione civile delle nostre missioni internazionali, con nuove competenze e tempi di intervento più rapidi. Il cammino dell’integrazione europea è ripartito dalla difesa, il settore che storicamente è sempre stato il più difficile. Spero che questo possa indicare il cammino per compiere – con altrettanta concretezza e coraggio – passi avanti nell’integrazione europea anche in altri campi, dalla solidarietà nell’accoglienza dei migranti al rilancio delle nostre economie. È un anno importante per la nostra Unione, ed è bene portare con noi nel 2019 la dimostrazione che passi avanti, anche storici, si possono fare anche nei momenti che sembrano più difficili.

 

L’incontro tra le due Coree

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Ad aprile il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Yong-un si sono incontrati al confine tra i loro due paesi, si sono abbracciati, e tenendosi la mano hanno attraversato insieme una linea tracciata nel terreno, e a dividere comunità e famiglie, più di sessant’anni fa. È la dimostrazione che la riconciliazione è possibile, sempre, anche dopo decenni di guerra. In questi mesi abbiamo accompagnato questo percorso di riconciliazione, e i negoziati per raggiungere una de-nuclearizzazione completa, irreversibile e verificabile della penisola coreana. Ad agosto ero anch’io al confine tra le due Coree, e a Seoul, per lavorare insieme ai nostri partner coreani sul modo di rendere più forte ed efficace il nostro sostegno. Un lavoro che facciamo quotidianamente, insieme agli Stati Uniti, la Cina, il Giappone, oltre che con le Nazioni Unite ovviamente. È un cammino difficile, secondo alcuni impossibile. Ma un anno fa anche quell’incontro e quella passeggiata per mano al confine tra le due Coree sembravano impossibili.

 

All’Assemblea generale dell’Onu

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Come sempre, la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – a settembre a New York – è stato uno dei momenti più intensi dell’anno. Ma quest’anno ho visto qualcosa di diverso. Mai come prima, l’Unione europea è stata al centro del lavoro fatto, insieme a tutti i nostri partner internazionali, per rafforzare pace, sicurezza, diritti e sviluppo in un contesto multilaterale. I nostri partner guardano a noi come al punto di riferimento indispensabile per difendere e riformare il sistema multilaterale. Il nostro lavoro con l’Onu è più intenso che mai, dalla Siria al sostegno all’Agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa), dal lavoro comune in difesa dei diritti umani a quello per lo sviluppo sostenibile. E poi l’esperimento più innovativo di questi anni: la cooperazione trilaterale tra Unione europea, Unione africana e Nazioni Unite – su migrazioni, crescita economica, pace e sicurezza. Un esempio unico di cooperazione e partenariato tra due continenti a livello locale, regionale e globale.

 

Il lavoro per salvare l’accordo con l’Iran

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A maggio Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero smesso di applicare l’accordo negoziato da tutte le potenze mondiali con l’Iran. Pochi minuti dopo, a nome degli altri paesi che avevano negoziato e concluso l’accordo, ho confermato la volontà e la determinazione del resto della comunità internazionale a preservare la piena messa in opera di un accordo che, a due anni e mezzo dalla firma, continua a funzionare e a garantire che il programma nucleare iraniano abbia finalità esclusivamente civili. E a settembre – dopo l’incontro coi ministri degli Esteri di Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Iran, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu – i paesi europei hanno avviato il lavoro per la creazione di un meccanismo per consentire alle nostre aziende di continuare a lavorare legittimamente in Iran. Il lavoro continua nel 2019 – per evitare una nuova corsa alle armi atomiche in una regione già instabile, per rafforzare il sistema di accordi multilaterali di non proliferazione su cui si basa la nostra sicurezza collettiva, e anche per far sì che i nostri disaccordi con l’Iran possano essere affrontati in modo efficace, ma attraverso il dialogo e la diplomazia.

 

Il coraggio delle donne siriane e yemenite

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Uno degli incontri che mi ha dato insieme più dolore e più speranza, nel 2018, è stato quello con un gruppo di donne siriane e yemenite: donne con idee, identità e storie diverse, che però sono state capaci di sedersi allo stesso tavolo per discutere di come mettere fine alla guerra e ricostruire il tessuto sociale dei loro paesi. È un piccolo grande tassello concreto del lavoro che stiamo facendo per la pace in Siria e in Yemen: i negoziati di Stoccolma sullo Yemen, che abbiamo sostenuto; la seconda conferenza di Bruxelles sulla Siria, per sostenere il preziosissimo lavoro di mediazione dell’inviato dell’Onu Staffan de Mistura; l’incontro che abbiamo organizzato a New York coi ministri di oltre cinquanta paesi, ancora per accompagnare la mediazione delle Nazioni Unite e garantire aiuti umanitari nella regione. E a Staffan, che ha appena concluso il suo mandato, va un enorme ringraziamento per la determinazione, la pazienza e la capacità costante di trovare o costruire strade anche dove altri non ne vedevano. Nel 2019 il lavoro continuerà – e non solo il nuovo inviato dell’Onu, ma soprattutto i siriani e i paesi della regione potranno continuare a contare sul nostro sostegno concreto.

 

Amicizie transatlantiche

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Tre momenti che ci ricordano, in momenti a volte difficili, la solidità dei nostri rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico, non solo gli Stati Uniti. Il primo: a dicembre sono stata ad Harvard, per discutere di rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Gli incontri con studenti e professori mi hanno confermato ancora una volta che, nonostante possano esserci divergenze con l’attuale amministrazione su singole questioni, Stati Uniti ed Europa sono partner naturali e i nostri destini sono legati, più di quanto crediamo. È il messaggio che ho letto anche nella lettera di dimissioni di Jim Mattis, segretario alla difesa Usa con il quale è stato un onore e un piacere lavorare in questi anni. Il secondo momento: l’incontro delle donne ministro degli Esteri che ho organizzato a Montreal insieme al ministro degli Esteri canadese Chrystia Freeland. E il Canada oggi è uno dei nostri partner più stretti, con uno sguardo sul mondo che è identico al nostro. Lo stesso vale per l’America Latina – e lo abbiamo visto ancora una volta al vertice tra Unione europea e Celac. Tutti tasselli di “relazioni transatlantiche” forti.

 

Per l’Africa, con l’Africa

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Non un solo momento, ma tanti momenti di lavoro insieme ai nostri partner africani. La nuova cooperazione con l’Unione africana, non solo sulle migrazioni. Il gigantesco piano di investimenti in Africa che abbiamo costruito insieme. Le conferenze che abbiamo organizzato per sostenere pace, sicurezza e sviluppo nel Sahel e in Somalia. Ma anche gli incontri con alcuni giovani africani alle Giornate dello sviluppo di Bruxelles, la collaborazione col cantante Youssou N’dour per raccontare l’amicizia tra Europa e Africa, e il lavoro insieme a Bill Gates per promuovere crescita e occupazione nel continente. Non solo per l’Africa, ma finalmente insieme ai nostri vicini – e partner – africani.

 

Ritorno a Tripoli

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A luglio sono tornata in Libia, a Tripoli, dove abbiamo ristabilito una presenza diretta dell’Unione europea – riaprendo la nostra ambasciata e la missione che sostiene e accompagna la gestione dei confini. È il risultato di anni di lavoro insieme ai libici e alle Nazioni Unite. Un lavoro che è proseguito anche nel 2018, con le due conferenze di Parigi e di Palermo per sostenere la mediazione dell’Onu, mettere fine a questa fase troppo lunga di transizione, instabilità e tensione, e aiutare i libici a ricostruire, insieme, il paese.

 

L’Europa come forza globale – in Asia e nel Pacifico

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È stato un anno importante per i nostri rapporti con l’Asia e col Pacifico. Abbiamo firmato accordi per un commercio libero ed equo col Giappone e con Singapore, e molti altri negoziati sono a buon punto. Collaboriamo su sicurezza e anti-terrorismo, in particolare coi paesi del Sud-Est asiatico. Ormai è chiaro che quello che succede dall’altro lato del mondo ha un impatto diretto di noi – basti pensare alla situazione in Corea. E i nostri partner asiatici ci vedono sempre più come un attore globale nel campo della sicurezza. Nelle mie visite nella regione durante il 2018, da Singapore a Seoul, dalla Nuova Zelanda all’Australia fino all’Asia Centrale, e durante il Summit che abbiamo organizzato a Bruxelles tra la nostra Unione e l’Asia, abbiamo rafforzato questo partenariato come mai prima d’ora. E continueremo, in questo nuovo anno.

 

La Fiera del libro di Francoforte

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Un’immagine dall’interno dei nostri confini, dalla nostra Europa. A ottobre ho avuto l’onore di aprire la Fiera del libro di Francoforte, la più antica del mondo. Un’edizione dedicata alla Georgia, un partner strettissimo e importante per l’Unione europea. Ed è stata per me una grande emozione parlare di ciò che ci rende europei, della nostra cultura, della nostra identità – o meglio, delle nostre mille identità, che si fondono e si sovrappongono, senza mai escludersi a vicenda.

 

Politica estera e tecnologia

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In questi mesi abbiamo cercato anche di esplorare un modo nuovo di fare “politica estera”. E di porre la nostra Unione al centro di una rete di contatti globali in settori che vanno oltre la più tradizionale forma di diplomazia, diventando punto di riferimento globale. Oggi non basta dialogare con altri governi e organizzazioni internazionali. Se vogliamo che la nostra azione sia davvero efficace, è fondamentale la collaborazione col settore privato e con la società civile. Ancora di più nei settori dove la ricerca e l’innovazione sono più veloci. Da qui l’idea di un confronto con un gruppo di leader del mondo della tecnologia, per esplorare insieme nuove possibilità di collaborazione tra high-tech e diplomazia, ad esempio nel campo dell’intelligenza artificiale, della cyber-sicurezza, dello sviluppo sostenibile. Un lavoro che porteremo avanti in questo nuovo anno.