Negli occhi dei bambini siriani

Negli occhi dei bambini siriani

La settimana che si chiude ha per me gli occhi delle bambine e dei bambini siriani che ho incontrato, nuovamente, in Libano. Sono scappati dalle loro città, i più fortunati insieme alle proprie famiglie, lasciandosi dietro case distrutte e amici persi. E portandosi dentro ferite dell’animo che nessuno di noi può realmente immaginare, comprendere – se non chi ha l’età per aver vissuto una guerra, su suolo europeo.

Questi bambini oggi studiano in Libano – altri di loro in Giordania, in Turchia, in Europa – con il sostegno costante dell’Unione Europea. Perché sono bambini, prima di essere rifugiati, e saranno giovani adulti, dopo essere stati rifugiati: a loro sarà affidata la ricostruzione materiale, ma anche sociale, economica e politica, della Siria. Ogni anno o giorno di scuola che perdono è un regalo sia a chi li vorrebbe schiavi-soldati della logica del terrore, sia a chi immagina una Siria lontana dalla pace e dalla democrazia, e dalla rinascita che questa porterebbe.

Per questo, nella mia visita in Libano questa settimana ho donato il Demokratiepreis che avevo ricevuto a Bonn qualche mese fa alla scuola per bambini siriani, ora rifugiati, di Bar Elias. L’avevo visitata l’anno scorso, il 21 marzo. Era il giorno prima degli attentati di Bruxelles. Quello che avevo visto nei loro occhi mi era rimasto nel cuore, il giorno successivo e sempre: il terrore e l’orrore della guerra, ma anche la gioia di vivere e l’energia per guardare al futuro con un sorriso. Vogliono diventare medici, maestre, calciatori o stiliste – proprio come tutti i bambini del mondo. Investire nel loro presente, curare le ferite del passato e preparare il loro futuro, è il migliore investimento che possiamo fare anche nel nostro futuro.

Per questo l’Unione Europea è il primo donatore umanitario per la Siria – all’interno della Siria e nei paesi che, come il Libano, accolgono milioni di siriani. E continueremo ad esserlo, con la convinzione che viene dal cuore, e dalla ragione. Fedeli a noi stessi: alla nostra umanità e anche, insieme, ai nostri interessi. Continuando a lavorare con tenacia insieme ai nostri partner: le agenzie delle Nazioni Unite a partire dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione per le migrazioni (Iom), le ong e i paesi della regione, tutti – tutti, qualunque sia la religione dei loro cittadini. Perché noi europei abbiamo imparato dalla nostra storia, grande ma anche tragica, che ogni persona è innanzitutto un essere umano, ha diritti inalienabili, e merita rispetto. Al di là della religione, del genere, della nazionalità (sembra così strano doverlo ricordare proprio poche ore dopo la giornata della memoria).

Per questo l’Unione Europea continuerà a sostenere, accogliere e avere cura di chi fugge dai conflitti. Continuerà a lavorare insieme a tutti i paesi della nostra regione, e oltre, in uno spirito di piena cooperazione e rispetto. Continuerà a festeggiare ogni volta che un muro sarà abbattuto, e per ogni ponte costruito. Continuerà a lavorare per la pace e la convivenza. Questa è la nostra storia, questa è la nostra identità, il nostro lavoro e il nostro impegno.

Un impegno e un lavoro che in questa settimana, per me, si sono concentrati sul Mediterraneo, con la visita in Libano (dove ho incontrato il presidente Michel Aoun, il premier Saad Hariri e il ministro degli Esteri Gebran Bassil), la presentazione del pacchetto immigrazione per gestire meglio i flussi nel Mediterraneo centrale che porteremo al vertice di Malta la prossima settimana, l’incontro con l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia Martin Kobler (qui il comunicato), la riunione ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo che ho co-presieduto con il nuovo ministro degli esteri giordano Ayman al Safadi (qui il mio intervento).

Un altro appuntamento molto importante della settimana che si è conclusa, il dialogo tra Serbia e Kosovo che ho convocato a Bruxelles a seguito delle forti tensioni degli ultimi tempi. Insieme, a Bruxelles, il presidente e il primo ministro serbi, Tomislav Nikolic e Aleksandar Vucic, e kossovari, Hasim Thaci e Isa Mustafa, hanno riaffermato la propria comune volontà di risolvere le questioni aperte, e difficili, attraverso il dialogo e in uno spirito di cooperazione (qui il comunicato). Non è e non sarà facile, ma è la strada giusta da percorrere per garantire pace, sicurezza, e sviluppo economico ad una intera regione, nel cuore dell”Europa. Continueremo il Dialogo con un nuovo incontro a Bruxelles mercoledì prossimo.

Infine, da raccontare questa settimana anche l’apertura della Conferenza sulla politica europea per lo spazio (qui il mio intervento).