«Dopo lo choc del voto britannico occorre ridare fiducia». Intervista al Corriere della Sera

Intervista di Maurizio Caprara

Per una riunione del Consiglio europeo che rischia di essere all’insegna del lutto, Federica Mogherini ha voluto mantenere un punto all’ordine del giorno rivolto al futuro. Nell’incontro tra capi di Stato e di governo previsto martedì e mercoledì a Bruxelles, l’italiana con la carica di alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza presenterà la sua proposta per una «strategia globale» dell’Unione Europea. In sostanza, in sedute del Consiglio imperniate sul referendum con il quale la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Ue lei porterà un documento di una ventina di pagine su che cosa deve e può fare l’Unione — nei campi diplomatico, militare, economico — per contribuire alla pace mentre nel mondo alcuni degli assetti geo-politici tradizionali vengono insidiati da crisi, tensioni, guerre.

«Dopo lo choc del voto britannico, penso sia utile mettere sul tavolo qualcosa che inietti fiducia in se stessi», dice Federica Mogherini in questa intervista al Corriere. «Abbiamo i mezzi, la forza e la responsabilità per farlo. Anche se molto deve cambiare», aggiunge. In una conversazione di un’ora sono emerse volontà di andare avanti nell’integrazione europea e allo stesso tempo le fatiche che si sono aggiunte da giovedì. L’alto rappresentante doveva essere oggi a Roma per incontrare il segretario di Stato americano John Kerry e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il viaggio è annullato.

Perché non parte più per Roma?
«Purtroppo non riesco a muovermi da Bruxelles. Con Kerry ci siamo sentiti e ci vedremo a giorni. Ma devo restare a Bruxelles. Dobbiamo gestire questa fase delicata, preparare il Consiglio. Poi mio ruolo è anche spiegare al resto del mondo che cosa succede con il Regno Unito. Non tutti ne hanno piena chiarezza».

E lei come fa a dare questa chiarezza?
«Dobbiamo trasmettere il messaggio che l’Ue resta un interlocutore fondamentale e forte. Abbiamo una responsabilità nei confronti della comunità internazionale e benché non siamo in un clima di ordinaria amministrazione dobbiamo esercitarla».

Come riassumerebbe la strategia che proporrà al Consiglio?
«Il mondo vive una situazione di fragilità estrema, però abbiamo gli strumenti europei per cambiarla in meglio. Lasciamo alle spalle l’illusione del gendarme planetario che può esportare democrazia. Individuiamo terreni comuni con i nostri partner, a cominciare dai vicini nel Mediterraneo e in Africa, per cercare soluzioni comuni di reciproco vantaggio. Mettiamo a frutto il modello europeo».

Quale dei suoi aspetti?
«L’Europa è diventata un continente di pace quando ha capito che condividere interessi era un potentissimo strumento di pace e crescita economica. Ripartiamo da qui».

Il voto britannico però indica che a non capirlo sono numerosi europei.
«Può servire da scossa per chi non avesse compreso o voluto comprendere i segnali che pure si vedevano. Per rendersi conto che l’Europa è necessaria e che dobbiamo farla funzionare e cambiarla. La nuova strategia nasce proprio per rafforzare l’Ue in un settore chiave, quello della politica estera, di difesa e di sicurezza. Occorrono visione condivisa e azione comune».

In campo militare, qual è uno dei cambiamenti che la sua strategia consiglierà?
«Mentre rafforziamo il nostro rapporto con la Nato, è importante che l’Ue maturi anche una sua capacità autonoma di difesa. Lo può fare sviluppando competenze europee nella tecnologia e nell’industria, ad esempio riservando alla ricerca almeno il 20% del bilancio per la difesa di ciascun Paese. O attraverso un’economia di scala nelle spese militari».

Sulla Difesa l’integrazione potrebbe compiere passi in avanti nonostante la fuoriuscita britannica. Non sarebbe il caso di ridurre le duplicazioni tra gli apparati militari nazionali per destinare i risparmi a incentivi per lavori necessari o sostegni a fasce deboli della popolazione? Qualcosa che faccia percepire di più ai cittadini i vantaggi dello stare nell’Unione.
«È un tema che sta già nei trattati europei».

Meno nei fatti, però.
«C’è bisogno della volontà coerente degli Stati membri. Gli strumenti istituzionali li abbiamo. La volontà di istituzioni europee e cittadini anche. È uno degli argomenti che metterò sul tavolo martedì: come utilizzare tutti gli strumenti che i trattati già ci danno per avere un’Europa della sicurezza più efficace».

Sono in troppi a dimenticare che nell’Ue a decidere sono i 28 Stati membri più che Bruxelles. Su di lei questo quanto peso ha?
«Qualcuno la chiama la “Sindrome del piano zero”. La politica estera dell’Ue deve partire da quelle degli Stati membri, però con coerenza».

Il significato della definizione di «Sindrome del piano zero»?
«Le decisioni si prendono a 28 quando siamo al piano della sala del Consiglio. Arrivati al piano zero, con l’ascensore, davanti ai giornalisti si dice: “È Bruxelles che ha deciso”. Qui sta lo scatto di mentalità e di responsabilità richiesto agli europei tutti: si elimini la distanza, simbolica e politica, tra singole capitali nazionali e Bruxelles. Il gioco di dire quando c’è qualcosa di scomodo “È Bruxelles che ha deciso”, fa sì che i cittadini non vedano i benefici, ma solo le difficoltà. L’Ue siamo tutti noi: Stati, istituzioni europee e società».

Lei è nata nel 1973, l’anno di ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea: non ha mai visto questo Paese fuori dalla famiglia di Stati alla quale appartiene l’Italia. A che cosa o a chi ha pensato quando i risultati del referendum hanno dato per certa l’uscita del Regno Unito dall’Ue?
«Ai britannici che lavorano con me e che come Jo Cox (la deputata britannica uccisa, contraria al distacco dall’Unione, ndr) hanno la mia età. Hanno passato anni delle loro vite a costruire l’Ue. Venerdì erano in lacrime. Con le sue forze e le sue debolezze, questa Europa è anche frutto del lavoro dei britannici. La mia generazione e quelle più giovani hanno votato in gran parte per restare nell’Ue: si troveranno a gestire le conseguenze di un voto che non hanno condiviso. E non sarà affatto facile. A noi spetta il compito di far funzionare l’Unione, superando le divisioni e capendo finalmente che è l’unica maniera per dare risposte ai nostri cittadini».

In una riunione tra esperti dell’Istituto affari internazionali dopo il referendum, venerdì a Roma, si è osservato che tagli recenti alle spese hanno ridimensionato la potenza militare della Gran Bretagna, ma che il Paese è molto più disponibile di altri a mandare propri cittadini a combattere in missioni all’estero e a esporli al rischio di morire. A suo avviso sotto il profilo militare che cosa perde l’Ue con il distacco del Regno Unito?
«Che cosa perde l’Ue o la Gran Bretagna?».

La sua domanda è già una forma di risposta.
«Dico che la Gran Bretagna fa ancora parte dell’Ue e in giro per il mondo abbiamo 17 missioni militari e civili europee. Il Regno Unito ne è parte integrante. Nell’uscire dall’Ue la Gran Bretagna perderà la possibilità di decidere».

Su che cosa, precisamente?
«Prendiamo il caso della missione Sophia, contro i trafficanti nel Mediterraneo. Italia, Gran Bretagna, altri Stati membri hanno partecipato in modo molto attivo e ne hanno determinato gli obiettivi. Noi invitiamo a partecipare partner esterni all’Ue, ma questi lo fanno sulla base di qualcosa che è già stato definito e non possono influenzare. Può essere che il Regno Unito sarà tra i Paesi che inviteremo a partecipare alle nostre missioni, tuttavia non avrà modo di determinarne la nascita, il contenuto, i piani operativi. Quindi perde parecchio».

E l’Unione Europea?
«Certamente anche noi perdiamo le forze diplomatiche e militari del Regno Unito, comunque la decisione ormai è presa. Io dovrò negoziare il rapporto successivo con la Gran Bretagna. Dopo che negozieremo l’uscita, dovremo trattare anche il rapporto con un Paese terzo e ricadrà nelle mie competenze».

Come si può evitare che il negoziato sull’uscita tenga l’Unione Europea a bagnomaria per lungo tempo?
«Abbiamo norme molto chiare, i trattati offrono tutti gli strumenti. Si avviano con la notifica da parte del governo britannico del risultato del referendum e della volontà di uscire dall’Unione. Sta adesso al governo della Gran Bretagna, questo più che quello successivo, comunicarla».

Non si è vista gran fretta a Londra.
«Per rispetto dei propri cittadini, se gli elettori votano per uscire dall’Ue non puoi pensare adesso di aspettare quattro o sei mesi, di riflettere. Il messaggio è stato chiaro. La richiesta va presentata velocemente, c’è l’articolo 50 del trattato di Lisbona: descrive chiaramente come procedere per negoziare il modo in cui uno Stato membro esce. Anche per evitare un periodo lungo di incertezza istituzionale e turbolenze protratte sui mercati finanziari. Dopo si entra in una fase di negoziato sul tipo di accordo che legherà la Gran Bretagna all’Unione e Europea. Si dice che le istituzioni europee sono lente e macchinose, una volta che dicono: facciamo presto…».

Attualmente dunque, sotto il profilo formale, non c’è nulla di nuovo?
«A oggi non abbiamo ricevuto una richiesta di uscita. Credo che il primo ministro David Cameron martedì verrà invitato in modo molto esplicito a fare presto. Non perché c’è voglia di mandarli via, ma per rispetto del volere degli elettori britannici e per evitare incertezze. Per tutti».