«Roma ha imposto i suoi temi. L’accoglienza? Manca solidarietà». Intervista al Corriere della Sera

Intervista di Paolo Valentino, qui sul sito del Corriere

«A me pare che da Tallinn esca nell’agenda europea una centralità dei temi posti dall’Italia che prima non c’era. Certo non basta e sui migranti abbiamo ancora un pezzo di strada da fare». Federica Mogherini non nasconde insufficienze e contraddizioni. Ma l’Alto Rappresentante per la Politica estera della Ue invita a non sottovalutare il cambio di paradigma imposto dall’Italia in Europa sull’esplosiva crisi migratoria.

«In primo luogo – dice Mogherini nell’intervista al Corriere — c’è un impegno forte a intensificare il lavoro con la Libia e gli altri Paesi terzi, che abbiamo iniziato a fare già da più di un anno. C’è il rafforzamento dei rimpatri volontari verso i Paesi africani d’origine: nell’ultimo anno solo dalla Libia sono stati 5 mila e vorremmo arrivare a 10 mila entro la fine del 2017. C’è il riferimento all’impegno con Niger e Mali a irrobustire il controllo delle frontiere: come Ue abbiamo messo a disposizione altri 50 milioni di euro per la forza multinazionale congiunta per il Sahel. Dove c’è ancora da lavorare è sul Fondo Africa, dedicato alle migrazioni, che l’Ue ha già finanziato con 2,6 miliardi di euro, ma sul quale i contributi degli Stati membri sono ancora insufficienti: dopo l’Italia, chi contribuisce di più è la Germania con 50 milioni».

Detto questo, lo ha ripetuto anche il ministro Minniti, sulla regionalizzazione, cioè la ripartizione degli arrivi nei porti europei c’è una totale chiusura.

«Quando si passò dall’operazione solo italiana Mare Nostrum a quelle tutte europee Sophia e Triton, queste avrebbero dovuto essere accompagnate anche dalla ricollocazione interna, che però è avvenuta solo in parte. E l’Italia fa bene a battersi per questo punto, sapendo di poter contare sul pieno sostegno della Commissione europea».

Il problema è la contraddizione tra i proclami di rilancio del processo di integrazione, dopo due anni vissuti pericolosamente in balìa dei populismi, e le scelte concrete, per esempio il rifiuto di concedere i porti francesi annunciato da Emmanuel Macron: è la stessa decisione che avrebbe preso Marine Le Pen.

«C’è sicuramente una contraddizione nel fatto che la maggioranza degli Stati membri, che pure lavorano insieme su tutti gli altri aspetti della questione migranti, non offra una significativa solidarietà interna nella gestione dell’accoglienza. E’ una battaglia politica non semplice, che va combattuta. Ma in una sola settimana l’Italia è riuscita a ottenere progressi importanti, sulla Libia, sull’Africa, sul codice di condotta delle Ong. È un successo da non sottovalutare, che siamo riusciti a costruire con un buon gioco di squadra. Certo non basta, ma non per questo dobbiamo sminuire i risultati ottenuti. Il senso di marcia è quello giusto. Parlo di cose concrete: nel maggio 2016, in Niger, porta d’accesso dell’Africa in Libia, c’erano 70 mila transiti di migranti irregolari, quest’anno sono stati 7 mila, grazie al fatto che i migration compact hanno cominciato a funzionare. Ancora, abbiamo addestrato 100 guardiacoste libici e saranno 300 entro la fine dell’anno. Oppure i finanziamenti che abbiamo assicurato all’Unhcr e all’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni, per tornare a lavorare sul campo in Libia. È questa la strada da seguire: l’unica soluzione vera è in Africa».

Parliamo del G20. Come si presenta l’Europa ad Amburgo?

«Sicuramente più forte di otto mesi fa, quando dopo il referendum sulla Brexit l’umore dominante era che fosse l’inizio della fine. Invece ci siamo resi conto del rischio che correvamo. Il documento firmato a Roma in occasione dei 60 anni dei Trattati ha segnato una svolta per un rilancio sincero. E credo che lo capiscano anche i cittadini europei. In più c’è l’effetto Trump, che spinge diversi interlocutori nel mondo, dal Giappone alla Cina, dall’India all’America Latina, a guardare alla Ue come riferimento affidabile e stabile sulle questioni globali. Proprio oggi abbiamo concluso l’accordo commerciale con Tokyo, poche settimane fa quello col Canada. Siamo solidi e credibili e questo verrà percepito al G20».

L’impressione tuttavia è che Angela Merkel gestisca la presidenza del G20 da leader tedesca, non da leader di un’Europa compatta.

«La presidenza del G20 non è mai dell’Unione Europea ma di un singolo Paese, però la posizione che la Germania, così come gli altri Paesi e la stessa Ue portano ad Amburgo, è una sola: la difesa di un sistema di commercio internazionale aperto, libero ed equo; la lotta ai cambiamenti climatici; il partenariato con l’Africa. In questo l’Europa è unita».

A margine del G20, il clou sarà il primo vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin. Qual è il nostro interesse in questa partita?

«Sono convinta che, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo con Mosca e che restano soprattutto per quanto riguarda l’Ucraina, il terreno di dialogo e di cooperazione con la Russia stia cambiando. Ho trovato conferma di questo nella mia recente visita a Mosca. Penso alla lotta al terrorismo e ad alcuni altri temi globali e crisi regionali».

Ma anche al libero commercio, come ha scritto Putin in un editoriale su un quotidiano tedesco.

«La Russia ha sicuramente un problema economico, inoltre sul piano politico deve misurarsi con l’imprevedibilità dell’Amministrazione Trump e con una Cina sempre più protagonista. Io ho notato negli ultimi mesi un cambio dell’atteggiamento russo verso l’Europa, più aperto. Il ministro degli Esteri Lavrov sarà presto a Bruxelles per la prima visita bilaterale ufficiale alla Ue da molti anni. Le divergenze restano, ma il dialogo è pieno e c’è una convergenza di interessi su alcuni temi, come il mantenimento dell’accordo nucleare iraniano o sulla necessità di uno sforzo internazionale congiunto per la Corea del Nord».