Ricordando Shimon Peres, costruttore di speranza

Ricordando Shimon Peres, costruttore di speranza

Scrivo di ritorno da Gerusalemme, dove abbiamo onorato la memoria di uno dei più grandi uomini di pace del nostro tempo, Shimon Peres. Io l’ho incontrato per la prima volta nel 2002, insieme a una piccola delegazione di organizzazioni giovanili socialdemocratiche – lo stesso viaggio in cui incontrai Yasser Arafat. Rimasi colpita dal sorriso, il calore, l’umorismo, la profondità e la leggerezza, la disponibilità ad ascoltare, confrontarsi, condividere con noi pensieri ed esperienza. Lui ministro degli Esteri di Israele, noi ragazzi cresciuti nel sogno di pace degli accordi di Oslo.

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L’ultima volta che l’ho visto, stava per lasciare la Presidenza. Mi ha raccontato con entusiasmo i suoi progetti per il futuro, le grandi cose che avrebbe fatto con i giovani arabi e israeliani, per far crescere la speranza, la capacità di vivere insieme, la gioia di vivere insieme. L’ultima volta che mi ha telefonato, qualche mese fa, era per dirmi di quei progetti in parte già realizzati, parlare di come sostenerli. E ovviamente, per discutere di come immettere nuova vita in un processo di pace che sembra non esistere più, tra Israele e palestinesi. Mi ha sempre incoraggiata ad insistere, continuare a cercare una strada, un modo, anche apparentemente piccolo, per invertire la rotta e riaprire i canali del dialogo, della pace, della speranza. Piccoli grandi passi che portassero ai due Stati –anche quando tutti dicono che non ci sono le condizioni per farlo. Perché le condizioni si possono creare.

Proprio di questo ho parlato ieri sera, a lungo, con Benjamin Netanyahu. Che oggi ha detto parole importanti, riconoscendo che c’è verità in quello che Peres ha sempre sostenuto: che la pace porterà sicurezza a Israele. Anche Mahmoud Abbas oggi ha fatto qualcosa di molto importante. La sua presenza ai funerali di Shimon e la stretta di mano tra lui e Netanyahu, oggi, sono uno di quei piccoli grandi passi che possono portare lontano. Seguendo la strada che Peres ha indicato: quella della speranza, e della speranza nella pace.

Era un creatore di speranza – ciò che di più raro e di più prezioso abbiamo in questo nostro tempo. Lo ha ricordato in modo perfetto oggi Bill Clinton: “Ho sempre ammirato la sua capacità infinita di andare oltre le sconfitte, anche le più dure, per cogliere le opportunità che offre ogni nuovo giorno… I suoi detrattori lo hanno accusato spesso di essere un sognatore troppo ottimista e naif. Si sbagliavano solo sul suo essere naif. Sapeva benissimo quello che faceva, quando era ‘troppo ottimista’. Non ha mai perso la speranza su nessuno, e dico proprio nessuno”.

Un’amica che ho incontrato oggi alla cerimonia ha condiviso con me un episodio bellissimo. Ad un ragazzo che gli chiedeva se pensava che sarebbe mai stato possibile, per la sua generazione, vedere la pace tra Israele e i palestinesi, Shimon ha risposto: “Non so se tu potrai vederla, ragazzo, ma io la vedo benissimo”.

Era un creatore di speranza, non perché non vedesse i drammi e le difficoltà delle cose, ma perché sapeva benissimo che la speranza è il più potente fattore di cambiamento che la storia conosca. E che sono i sogni a darci la forza di realizzare grandi cose, di continuare a vedere una possibilità, di lavorare tenacemente per coglierla, o costruirla. Lo sguardo sempre puntato al futuro.

Nel suo ultimo discorso da presidente lo ha detto in modo molto chiaro:

Mi ricordo quando gli esperti ci dicevano che l’Egitto non avrebbe mai firmato la pace con noi. Che la Giordania non avrebbe mai fatto pace con Israele prima della Siria. Che tra i palestinesi non ci sarebbe mai stato nessuno che si sarebbe opposto al terrorismo. Che nessun leader arabo avrebbe mai fatto sentire la sua voce per la pace e contro il terrorismo, parlando nella loro lingua e non solo in inglese, nei paesi arabi e non solo in Europa. Leader arabi che avrebbero condannato i rapimenti e che sarebbero stati disposti a scambi di territorio. Leader arabi che volesse i due Stati, uno dei quali fosse lo Stato di Israele come patria degli ebrei per sua natura e nella sua Costituzione.

Nessun esperto ha mai predetto che un giorno la Lega araba (…) avrebbe avanzato una sua proposta per costruire un cammino verso la pace, non solo tra israeliani e palestinesi, ma con tutti i Paesi arabi.

Come diceva Ben Gurion: “Non ci sono esperti per i futuro, solo esperti del passato”. E davvero, il futuro è di chi ci crede, non necessariamente degli esperti. Il futuro va costruito. Non lo si eredita dai profeti.

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