Sui migranti si gioca l’integrazione Ue. Intervista al Sole 24 Ore

Intervista di Beda Romano

STRASBURGO – C’era un tempo in cui l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza si occupava esclusivamente di diplomazia internazionale. Così non è per Federica Mogherini (nella foto). Nel primo anno di Commissione Juncker, l’ex ministro degli Esteri italiano ha spaziato dalla guerra civile in Ucraina ai rapporti commerciali con gli Stati Uniti, dalla crisi iraniana all’emergenza immigrazione. Non solo il presidente Jean-Claude Juncker ha affidato ai suoi collaboratori ampi portafogli tematici, ma gli stessi avvenimenti di questi ultimi 12 mesi hanno costretto la signora Mogherini a occuparsi di temi molto vari.

A un anno dal suo insediamento, l’Alto Rappresentante fa il punto sui grandi dossier aperti. Mette in guardia contro il rischio di una disintegrazione dell’Europa in assenza di regole comuni per gestire l’immigrazione; ricorda che l’analisi della Commissione sulla Finanziaria italiana per il 2016 non è ancora completata; respinge l’idea che i rapporti del mondo occidentale con la Russia siano segnati da una nuova Guerra Fredda; e risponde alle critiche su una politica estera europea «analfabeta».

Dopo mesi di discussione, i Ventotto hanno deciso in emergenza di ricollocare in giro per l’Unione 160mila rifugiati arrivati in Italia e in Grecia. Ai più, l’operazione sembra complicata, e l’idea di adottare un meccanismo permanente velleitaria.
La redistribuzione dei profughi è difficile da un punto di vista organizzativo, ma possibile e necessaria. È vero che per ora il numero di persone redistribuite nell’intera Unione è simbolico, ma in sei mesi, da quando la Commissione ha pubblicato l’agenda immigrazione, è stato adottato per la prima volta il principio di solidarietà in un ambito che prima era gestito a livello nazionale. Dicevo che non sarà facile applicare la redistribuzione, anche perché alcuni Paesi europei non hanno esperienza nell’accogliere stranieri. Bisogna fare quindi un lavoro di accompagnamento.

La scelta della redistribuzione è una deroga al Principio di Dublino, che prevede responsabilità dell’asilo al paese di primo sbarco. Anche su iniziativa italiana, Bruxelles ha promesso una riforma del quadro legislativo. Come crede che quest’ultimo possa evolvere?
Ormai, tutti sono consapevoli del fatto che il Principio di Dublino non dà all’Unione gli strumenti per reagire al fenomeno dell’immigrazione, provocato da guerre, povertà e cambiamenti climatici. Nessun Paese può gestire il fenomeno da solo. La crisi che stiamo vivendo in Europa non è dovuta al numero di rifugiati in arrivo dal Nord Africa o dal Vicino Oriente, ma alla mancanza di strumenti comunitari. Lo scollamento tra fenomeno europeo e strumenti nazionali è grave. La crisi peggiorerà, con reazioni a catena delle pubbliche opinioni e dei governi nazionali, se non ci doteremo di strumenti all’altezza. Senza questi, c’è il rischio della disintegrazione. Viceversa, se ci dotiamo di strumenti comunitari – e non sarà facile – potremmo fare un salto avanti nell’integrazione.

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