Un anno dopo il referendum britannico, una Unione più forte

Un anno dopo il referendum britannico, una Unione più forte

Scrivo dopo una settimana tra Bruxelles e Lussemburgo. È passato un anno esatto dal referendum sulla Brexit, che per molti doveva segnare l’inizio della fine dell’Unione Europea.

Non solo non è stato così, ma l’Unione Europea oggi è più forte. Abbiamo capito ciò che rischiavamo di perdere – sessanta anni di pace e diritti – ma soprattutto abbiamo capito che nel mondo globalizzato non è l’illusione del “sovranismo” a proteggerci: solo insieme, come europei, possiamo riconquistare vera sovranità, proteggere e promuovere i nostri interessi e valori. E abbiamo trovato, insieme, il modo di rilanciare la nostra Unione. Sulla difesa europea, ad esempio, abbiamo costruito di più in quest’anno che nel decennio precedente: all’ultimo Consiglio europeo i 28 paesi dell’Unione Europea hanno preso decisioni storiche. Ne ho parlato oggi in una lettera al direttore di Repubblica (qui) e giovedì prima dell’inizio del Consiglio (qui le parole che ho scambiato coi giornalisti).

I passi avanti di quest’anno sulla difesa rientrano nella Strategia globale per la politica estera e di sicurezza UE che ho presentato un anno fa. Lunedì ho illustrato il primo rapporto sull’attuazione della Strategia (qui il video in cui spiego i punti principali, qui la mia prefazione al rapporto, qui il mio intervento alla conferenza dell’Istituto di studi sulla sicurezza dell’Unione Europea).

E sempre in tema di sicurezza, lunedì scorso – al Consiglio dei ministri degli Esteri a Lussemburgo – abbiamo adottato alcune misure contro il terrorismo. Tra le altre cose, abbiamo deciso di ampliare la rete di esperti di anti-terrorismo che lavorano nelle delegazioni europee. Ne parlo in questo articolo scritto insieme a Julian King, il Commissario per l’Unione della sicurezza. Qui la conferenza stampa al termine del Consiglio Affari Esteri.

Sulla sicurezza lavoriamo a stretto contatto con i nostri partner africani. Come il Kenya: qui il comunicato del mio incontro con il ministro degli esteri keniota Amina Mohamed. E come il Mali, dove l’Unione Europea ha una missione di addestramento delle forze locali. E dove domenica scorsa un sergente portoghese della missione è morto in un attentato terroristico a Bamako: lavoriamo per la sicurezza di tutti gli europei, anche quando siamo lontani dai nostri confini. Alla sua famiglia e alle autorità portoghesi vanno le condoglianze e soprattutto la riconoscenza di tutta l’Unione europea.

Venendo alla nostra regione, nella settimana appena conclusa ho visto a Bruxelles il presidente di turno della Presidenza della Bosnia Erzegovina, Mladen Ivanić. E
lunedì abbiamo incontrato i nostri sei partner dell’Europa orientale – Ucraina, Moldova, Bielorussia, Georgia, Armenia e Azerbaijan – per preparare il vertice che terremo con loro a Bruxelles a novembre. Qui quello che ho detto ai giornalisti dopo l’incontro.

Poi il lavoro per il Medio Oriente, a iniziare dalla crisi nel Golfo: ne abbiamo parlato coi ministri degli Esteri europei, e martedì ho incontrato il vice ministro degli esteri degli Emirati, Anwar bin Mohammed Gargash.

E in Libia: ho incontrato di nuovo il premier libico Fayez al Sarraj, al margine di una conferenza al parlamento europeo sulle migrazioni (qui il mio intervento, in italiano, e la conferenza stampa dopo l’incontro).