Uniti, per affrontare l’odio che ha ucciso Jo

Uniti, per affrontare l’odio che ha ucciso Jo

È da qualche giorno che non scrivo: è stata una settimana molto intensa, segnata dal terribile assassinio di Jo Cox. Qualunque sarà il risultato del voto inglese, la priorità assoluta per tutti è rispondere all’appello lucido e drammatico che ha fatto a tutti noi il marito di Jo: affrontare insieme l’odio che l’ha uccisa, e che sta uccidendo le nostre società.

E in questi giorni abbiamo lavorato molto su uno dei temi che stava più a cuore a Jo, quello della cooperazione per lo sviluppo. Mercoledì, aprendo con Ban Ki-moon le Giornate europee per lo sviluppo (qui il video del mio intervento), e discutendo con presidenti e primi ministri africani – ma anche con le organizzazioni della società civile e soprattutto con i giovani – di come passare dalla logica tradizionale degli aiuti a quella di un vero partenariato, degli investimenti e dello sviluppo di società forti e democratiche. L’Unione Europea – prima tra i donatori mondiali, tra i partner commerciali, e tra i promotori di diritti umani – è per tutti i paesi africani l’interlocutore naturale. Qui il video della nostra conversazione su pace, sicurezza e sviluppo.

Il lavoro con l’Africa è continuato ieri, coi ministri degli esteri dei cinque paesi del Sahel, perché è sempre più evidente che i loro problemi sono i nostri problemi, e la loro forza può essere la forza dell’Europa: dalla lotta al terrorismo alla gestione dei flussi migratori. E insieme anche al ministro degli esteri libico Mohammed Siyala abbiamo iniziato a lavorare insieme al controllo delle frontiere tra Niger, Chad e Libia. Ma, anche con il Sahel, il dialogo non è solo istituzionale: uno dei momenti più belli della giornata è stato l’incontro con cinquanta ragazze e ragazzi saheliani, per parlare del futuro e del presente dei loro paesi, e del nostro partenariato. Qui la conferenza stampa col mio collega del Chad Moussa Faki Mahamat.

Ancora quattro cose da raccontare, e una per me particolarmente speciale.

Innanzitutto, sulla Siria. Questa settimana a Bruxelles abbiamo ospitato e facilitato tre giorni di lavoro dei due principali guppi dell’opposizione siriana, per preparare i negoziati di Ginevra. Ho incontrato i loro leader, Anas al Abdah, presidente della Coalizione nazionale delle opposizioni, e Hassan Abdulazim, coordinatore del Corpo di coordinamento nazionale, e continueremo a lavorare insieme (qui c’è il comunicato sull’incontro).

Poi, sulla Turchia. Questa settimana ho incontrato ancora una volta Selahattin Demirtas, leader del principale partito di opposizione, l’HDP. Il nostro rapporto con la Turchia non può limitarsi alla questione – fondamentale – dei rifugiati siriani. Con Demirtas abbiamo parlato della necessità di lavorare per riavviare il processo di pace sulla questione curda in Turchia, e della situazione politica nel paese, soprattutto dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare per molti deputati.

Terzo, sul Venezuela. Tra poche ore incontrerò la ministra degli esteri del paese, Delcy Eloina Rodrigues Gomez, per sostenere gli sforzi di mediazione condotti da José Luis Zapatero insieme agli ex presidenti della Repubblica Dominicana, Leonel Fernandez, e di Panama, Martin Torrijos. Sarà certamente una delle questioni su cui lavoreremo con i ministri degli esteri dei 28 stati membri lunedì, al Consiglio in Lussemburgo.

Ma la cosa più importante per me, in questi giorni così pieni, è stata la possibilità di incontrare Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, a Bruxelles. Perché Giulio non era solo un cittadino italiano, ma europeo – e non solo su carta, ma nel cuore. E l’Europa non dimentica la morte di Giulio. L’ho ripetuto più volte al ministro degli Esteri egiziano nei nostri incontri, e continueremo a farlo: chiediamo verità sull’omicidio di Giulio.

Chiudo con una nota tutta italiana: domani si vota in tanti comuni. È un voto fondamentale – per Roma, per Milano, per Torino, per tanti italiani. Buon voto a tutti.